Gender Gap: la disparità uomo-donna frena carriera e salario
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Gender gap: quando la disparità uomo-donna frena carriera e salario

La scarsa presenza femminile nel mercato del lavoro, i gap retributivi tra uomini e donne e il cosiddetto “soffitto di cristallo” sono solo tre degli aspetti con cui si manifesta, ancora oggi, la grande disparità uomo-donna rispetto alle possibilità effettive di realizzazione. 

Nonostante l’impegno dell’Unione Europea per annullare il gender gap, attraverso una politica che promuove la condivisione delle responsabilità familiari, in Italia la situazione è ancora estremamente problematica: siamo ben lontani dal poter parlare di pari opportunità personali e professionali tra i generi.

Le stime dicono infatti che, di questo passo, per rompere gli schemi consolidati e colmare il gap ci vorranno 130 anni!

Nell’articolo di oggi ti parlerò di come anche tu puoi, nel tuo piccolo, fare delle scelte in “controtendenza” per contribuire a ridurre la disparità uomo-donna che sperimenti quotidianamente, al lavoro e nella vita privata, anche quando non ne sei pienamente consapevole.


SOMMARIO


Che cos’è il gender gap e come condiziona la vita delle donne

Un uomo in posizioni manageriali guadagna in media 32,43 euro l’ora,
una donna in posizioni manageriali guadagna in media 22,37 euro l’ora.

Un operaio specializzato riceve in busta paga 12,79 euro,
un’operaia specializzata riceve in busta paga 9,18 euro.

Un professionista supera i 24 euro, una professionista sfiora i 19 euro.

Il divario retributivo di genere in Italia, cioè la differenza media che sussiste tra i salari lordi medi percepiti da uomini e donne, è solo uno degli ambiti in cui il gender gap si manifesta ancora oggi.

Secondo il Global Gender Gap Report del WEF 2023, una ricerca che prende in esame il gender gap in ambito istruzione, salute, vita economica, politica, l’Italia occupa il 79esimo posto nella classifica in termini di divario di genere.

In un anno il nostro paese ha perso ben 16 posizioni e attualmente si trova dietro a realtà come Uganda, Kenya, Georgia, Etiopia, Tailandia.

Il fattore che maggiormente ha influito su questo peggioramento è la scarsa partecipazione politica delle donne: solo il 24% delle poltrone del parlamento italiano è infatti occupato da esponenti di genere femminile. 

Perché le donne in Italia, partecipano poco alla vita politica, rivestono raramente ruoli apicali e, a parità di mansione, guadagnano meno dei loro colleghi uomini?

Non ci sono motivi biologici o economici ma le ragioni sono da ricercare unicamente nella discriminazione di genere radicata in pregiudizi e stereotipi ancora oggi fortemente presenti nella nostra società.

Gender gap è il termine inglese, entrato nel vocabolario italiano per indicare un “divario tra generi, con particolare riferimento alle differenze tra i sessi e alla sperequazione sociale e professionale esistente tra uomini e donne”. (fonte Treccani)

Parliamo di gender (genere), non di sesso ed è importante una precisazione su questo tema perchè ancora troppo spesso si tende a fare un uso improprio dei due termini.

Con il termine sesso si intende l’insieme di caratteri anatomici e fisiologici di un essere vivente: è attribuito alla nascita ad ogni persona sulla base degli attributi fisici esterni (genitali). A dispetto di quanto si creda comunemente, oltre agli attributi sessuali esterni in base ai quali il sesso è attribuito alla nascita, esso è da considerarsi una dimensione che si caratterizza di molte sfumature, in uno spettro non binario ed è determinato anche da altri fattori interni come cromosomi, ormoni e caratteri sessuali secondari, che emergono in via “definitiva” non prima della pubertà.

Il genere invece è una costruzione culturale e sociale, soggetta a cambiamenti legati al trascorrere delle epoche storiche e variabile rispetto alle diverse aree geografiche: è l’insieme delle norme e dei comportamenti che la società attribuisce al maschile e al femminile. 

Per anni ci hanno ripetuto che certi lavori, certi colori e certe emozioni fossero “da uomini” mentre altri “da donne”; prendere consapevolezza che dietro a queste convenzioni ci siano invece dei costrutti culturali e sociali è il primo passo per liberarsene e iniziare un percorso verso l’equità di genere.

In una puntata del Podcast di consulente.pro, con Gioia Audrey Camillo ci siamo interrogate su quanto gli stereotipi di genere siano ancora presenti nella nostra società e in che modo influenzano le nostre vite di donne e professioniste:

Quanto pesa il gender gap nella tua vita privata: l’impatto della mentalità sessista sul tuo mindset

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?”.

I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”.

David Foster Wallace – 

Chi non ammette l’esistenza del gender gap molto probabilmente è un po’ come il pesce di Wallace: è talmente immerso in queste dinamiche di squilibrio, le ha talmente interiorizzate, da non vederle nemmeno più.

E non stiamo parlando solo di uomini perché i preconcetti culturali alla base della società patriarcale sono talmente radicati che influenzano anche gli atteggiamenti delle donne.

Come ho approfondito in un articolo di poco tempo fa, liberarsi dal patriarcato è, non solo possibile, ma necessario per permettere a tutti e tutte di darsi delle possibilità di realizzazione a prescindere dal genere di appartenenza.

Quante volte, a seguito della chiamata della scuola che ti avvisava che tuo figlio non stava bene, non hai nemmeno pensato di interpellare tuo marito?

Ti è capitato di pensare alla gestione dei tuoi genitori una volta anziani dando per scontato che, tra te e tuo fratello, sarai tu a dovertene occupare?

E dopo la nascita di vostra figlia, chi ha usufruito del congedo: tu o tuo marito? (No, non esiste solo il congedo di maternità e un padre che si occupa dei suoi figli non è un “mammo”, ma appunto un genitore come te)

La maternità è da sempre uno dei più grandi gap oggettivi tra uomo e donna: biologicamente è la donna a portare in grembo il bambino per nove mesi ma il fatto che, dopo aver partorito, sia sempre e spesso solo la madre ad occuparsi dei bambini è una prassi culturale. 

Oggi esiste infatti il congedo di maternità obbligatoria (5 mesi per le donne), il congedo di paternità obbligatorio (10 giorni per gli uomini); ma esistono anche i congedi parentali facoltativi (6 mesi per entrambi i genitori).
Ci ostiniamo ancora ad usare il termine “maternità facoltativa” perché per decenni è stato ritenuto scontato che questi congedi venissero fruiti dalle madri ma, per fortuna, sono stati di recente rinominati come “congedi parentali facoltativi per la madre e il padre” con la speranza che questo potesse essere un primo modo per renderli più accessibili e trasversali ad entrambi i genitori.

Dunque entrambi i genitori in caso di nascita di un figlio hanno, sulla carta, la stessa possibilità di stare a casa dal lavoro per un totale di 10 mesi.

E se sempre più uomini chiedessero di poter usufruire di tali congedi al posto delle loro compagne, un datore di lavoro non discriminerebbe una donna in caso di assunzione per la paura che possa andare in maternità. 

Questo è solo uno degli esempi di scelte in controtendenza che permetterebbero di sovvertire secoli di stereotipi: se storicamente i ruoli di cura sono stati assegnati alle donne, ciò non vuol dire che una donna sia “biologicamente” più adatta per quelle attività, nessuno studio conferma infatti che le femmine siano più brave ad accudire le persone. 

Ci troviamo di fronte ancora una volta a un pregiudizio guidato dall’abitudine e dalla necessità e comodità, in passato, di avere una “donna del focolare”, che si sobbarcasse il carico delle cure.

Nella seconda puntata del Podcast di consulente.pro io e Gioia abbiamo parlato di quanto questi pregiudizi legati al genere contribuiscono a permeare il nostro pensiero e, di conseguenza, le nostre scelte e azioni:

Molte delle donne che intraprendono il mio percorso 3MesixSvoltare, mi contattano perché si sentono insoddisfatte e affaticate, incastrate in ruoli di cura che le tengono in gabbia e non permettono loro di realizzarsi come vorrebbero.

Come è successo a M., una meravigliosa donna che mi ha contattata quando si trovava incastrata in un modello di donna “angelo del focolare”. 

M. si rendeva conto di essere molto controllante, di sobbarcarsi tutti i carichi di cura ed era consapevole di quanto questo fosse sbagliato ma, da sola, non riusciva a staccarsi dal senso di colpa di non assolvere al suo ruolo di madre e moglie perfetta. 

Se anche tu fai i conti quotidianamente con il senso del dover incarnare un modello di donna che ti sta stretto, sappi che queste dinamiche dipendono dalle aspettative di una società patriarcale che, come capita per molte donne, hai assorbito inconsapevolmente e che stanno creando in te un disequilibrio emotivo e un senso di frustrazione perché non coincidono con quello che tu sei.

E non c’è nulla di sbagliato a non voler aderire tutte allo stesso modello imposto, anzi!

È per questo che spesso il mio lavoro nel Programma 3MesiXSvoltare parte proprio dalla decostruzione di convinzioni radicate da secoli di patriarcato e di sensi di colpa: molto spesso le donne che mi chiedono aiuto sentono di non potersi dare il permesso di seguire le proprie vocazioni e passioni per non privare della loro presenza la loro famiglia.

Vuoi saperne di più sul mio percorso 3MesixSvoltare©?

Affrontare il gender gap al lavoro: stipendi, soffitto di cristallo ed esercizio del potere 

Se hai visto “Barbie”, uno dei film più criticati e allo stesso tempo osannati del 2023, avrai notato tanti degli stereotipi di cui abbiamo parlato fino a qui a nella protagonista Barbie stereotipo che rappresenta la prima versione realizzata nel 1958 dall’imprenditrice Ruth Handler: una bambola completamente diversa da quella a cui le bambine dell’epoca erano abituate. 

Con il suo corpo da donna invece che da neonata, il fisico perfetto e l’abbigliamento alla moda, Barbie incarnava appunto un modello di bellezza stereotipata.

Nel film viene presentato un modello di donna ma anche un modello di società: il mondo reale nel film è il nostro, basato sulle logiche del patriarcato, in contrapposizione a Barbieland che rappresenta invece la città matriarcale dove il potere femminile è riconosciuto e celebrato.

Che ti sia piaciuto oppure no, “Barbie” ha innegabilmente avuto la capacità di mettere in scena tutti quei meccanismi in cui si manifesta la disparità di genere ai giorni nostri: il consiglio di amministrazione della Mattel costituito interamente da uomini, non è un’immagine poi così lontana dalla realtà.

Passando dagli schermi alla realtà, sono le ricerche a confermare quanto ampia sia la forbice della disparità nel mondo del lavoro:

  • le donne in Italia guadagnano il 28% in meno rispetto degli uomini;
  • solo una parlamentare su 4 è una donna; 
  • l’Italia è al 104esimo posto per le opportunità economiche delle donne.

Nonostante i numeri così allarmanti percepisco dei timidi segnali di speranza: alcune delle mie aziende clienti stanno riservando a questi temi una crescente attenzione e per loro nell’ultimo anno ho progettato corsi di formazione ad hoc sulla responsabilità di genere oppure avviato progetti per la UNI Pdr/125 sulla parità di genere.

Se non vogliamo aspettare i 131 anni stimati dalle ricerche per raggiungere l’equità di genere, è necessario mettere in atto strategie collettive che permettano di:

  • Aumentare la presenza delle donne in politica.

La popolazione femminile italiana rappresenta il 51,3% della popolazione: nonostante siano in leggera maggioranza, le donne continuano a essere considerate una minoranza la cui voce ha meno risonanza a causa del fatto che occupano solo una poltrona su 4.

  • Includere più donne in ruoli apicali per compensare le disparità.

Nel 2011 sono state introdotte in Italia le cosiddette quote “rosa” che prevedono che il genere meno rappresentato nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate in borsa o a controllo pubblico ottenga almeno il 30% dei membri eletti. Nel nostro caso il genere meno rappresentato è quello femminile per via delle mancate possibilità per le donne di essere valutate per i propri meriti, al pari degli uomini. 

In un recente articolo sull’esercizio della leadership “al femminile” ho cercato di spiegare, anche attraverso la testimonianza di manager e imprenditrici che ho avuto il piacere di seguire in percorsi aziendali, come sia possibile aprire uno spazio per le donne in posizioni di comando.

  • Garantire una parità di stipendio a parità di mansione.

La recente necessità di diramare una direttiva europea per la parità di retribuzione rappresenta un primo tentativo di affrontare l’annosa questione del gender pay gap che, in paesi come l’Italia, arrivano a toccare uno sbilanciamento per gli stipendi maschili che tocca il 45% nel caso di reddito medio annuo da lavoro autonomo.

  • Includere nei libri di scuola e nei programmi di istruzione le storie di donne di rilievo che sono state in precedenza trascurate e omesse.
  • Aggiungere leggi e servizi di protezione specificamente rivolti alla violenza di genere (considerando che si esplicita soprattutto a danno delle donne).

Questi sono solo alcuni esempi di come, a livello di sistema, sia possibile iniziare a invertire la rotta di uno scenario destinato a protrarsi almeno fino al 2153, come dicono le stime.

Ma, una volta accettata l’esistenza del gender gap e presa la consapevolezza dell’ampio divario uomo-donna è possibile che ciascuna di noi, nel suo piccolo, contribuisca al raggiungimento dell’equità di genere prendendosi la responsabilità di fare scelte “in controtendenza”.

Questo aspetto mi piace particolarmente perchè, pur essendo consapevole che le dinamiche di cui abbiamo parlato oggi sono questioni “sistemiche” per cui è necessario intervenire nel tempo con interventi di carattere politico e legislativo ed attività di educazione ed una accurata revisione della comunicazione e dei modelli mediatici, mi piace sempre ricordare che ognuna di noi ha una propria “area di potere” nella quale 

  • esercitare la sua influenza dirompente contro ogni forma di discriminazione di genere,
  • rivendicare i propri diritti e quelli delle altre, 
  • rompere gli schemi del maschilismo tossico che spesso abbiamo introiettato inconsapevolmente.

A volte si tratta solo di fermarsi di fronte ad una situazione chiedendoci: 

  • se al mio posto ci fosse un uomo, mi si rivolgerebbe così?
  • se invece della mia collega ci fosse il mio collega, avrei questo stesso pensiero nei suoi confronti?
  • questo compito spetta a me perchè mi va di farlo/ho le competenze per farlo oppure perchè si da per scontato che me ne occupi in quanto donna?
  • questo atteggiamento è rispettoso della mia persona o tende a minimizzare le mie competenze/capacità/opinioni in un’ottica paternalista, come se fossi una bambina ingenua?

Grazie a domande come queste puoi cominciare a stanare i semi di quel gender gap ancora imperante che ci tiene lontane dall’accesso ad opportunità realmente paritarie screditando le nostre ambizioni come capricci da bambine viziate. 

Comincia a non transigere di fronte a quella che ti sembra un’ingiustizia: solo così le cose potranno cambiare, se pur molto lentamente.

Del resto so che non sempre è possibile farcela da sole, per questo da anni mi impegno nelle aziende per la diffusione di una cultura di pari opportunità ed affianco le meravigliose donne che mi chiedono aiuto a liberarsi da stereotipi, pregiudizi e condizionamenti familiari affinché spicchino il volo verso la realizzazione che meritano. 

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valuteremo insieme se 3MesiXSvoltare è il percorso adatto a te.

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