DI COSA PARLA QUESTO ARTICOLO
Ci hai mai fatto caso? Il modo in cui le persone si rivolgono a te, soprattutto in un contesto professionale, può influenzare in modo significativo la percezione della tua autorevolezza.
Forse anche a te è capitato di sentire un collega o un collaboratore usare un diminutivo per riferirsi a te, magari senza nemmeno chiederti se ti andasse bene. Magari sei diventata “Fra” invece di Francesca, “Vale” invece di Valentina, “Marty” invece di Martina.
A volte può sembrarti una cosa carina, un segno di confidenza o di affetto. Ma altre volte può darti fastidio, come se quel nomignolo in qualche modo sminuisse il tuo ruolo o la tua professionalità. E il punto è proprio questo: il linguaggio non è mai neutro. Il modo in cui veniamo chiamate – soprattutto nel lavoro – non è solo una questione di abitudine o affetto, ma riflette dinamiche di potere, status e riconoscimento professionale.
Ma perché i diminutivi sul lavoro possono minare l’autorevolezza di una donna?
E come farsi rispettare se i colleghi usano dei nomignoli per rivolgersi a noi?
Vediamo come puoi dettare le tue regole rispetto al modo in cui gli altri si rivolgono a te e quali strategie tu stessa puoi mettere in campo per utilizzare il nome come strumento per sintonizzare la tua relazione con gli altri sulle frequenze che ti sembrano più opportune.
SOMMARIO
- Premessa: il potere del nome nella relazione con gli altri
- Quando un nome abbreviato riduce la tua autorevolezza in azienda
- L’infantilizzazione delle donne: il bacio di Biden e altri gesti paternalisti
- L’asimmetria linguistica nei titoli professionali: perché lui è l’Ingegnere e lei è la Signorina
- La donna a caso: quando un nome non serve
- Un’adozione difficile: i femminili singolari nei titoli professionali
- Equilibrare le preferenze personali con la percezione esterna
Premessa: il potere del nome nella relazione con gli altri
Mentre qualche tempo fa preparavo un post per la mia pagina Linkedin relativo all’utilizzo del nome nei contesti di lavoro, ho cominciato a riflettere su come io stessa vengo appellata da parte delle mie clienti dei percorsi di empowerment, dai corsisti delle attività di formazione e consulenza aziendale e dalle persone con cui collaboro.
Per la maggior parte delle persone che mi conoscono sono “La CRI” , compresa la maggior parte delle mie clienti che fanno un po’ questo giro: dalla prima mail di richiesta informazioni con cui in alcuni casi mi si rivolgono dandomi del Lei e chiamandomi Dottoressa, passano poi molto rapidamente – in 1 o 2 sessioni – a chiamarmi semplicemente “Cri”, senza che questo implichi un’alterazione negativa della nostra relazione professionale.
Ripensando al passato, per i miei compagni del liceo prima e per i miei colleghi docenti poi, ero “La Pedretti”. Quando ho cominciato a occuparmi di progetti complessi e cominciavo a tenere speech e interventi durante i panel di aggiornamento, venivo invece indicata nelle locandine come “Dottoressa Pedretti”. È così che ancora oggi le società di consulenza e associazioni di categoria con cui collaboro mi presentano alle loro aziende clienti o ai corsisti in aula.
“Pedretti” è l’appellativo che usano per chiamarmi dal front-desk quando sono in attesa del mio turno per una visita o per gli esami del sangue; per tutte le altre persone sono Cristina.
Per quanto riguarda invece il mio rapporto con gli appellativi quando mi rivolgo ad altri, riconosco che – se anni fa utilizzavo più spesso il “Lei” per rivolgermi a persone più grandi di me, sia al lavoro che in contesti privati – con l’avanzare dell’età e l’aumentare delle mie competenze professionali, ora ricerco più volentieri un rapporto paritario anche con chi ha qualche anno in più, sia per meta-comunicare il messaggio “siamo sullo stesso piano” (se ho necessità di questo durante il confronto) sia per abbassare le barriere formali e rompere il ghiaccio più facilmente, dal momento che spesso mi pongo in modo molto preciso e ordinato (per evitare di sembrare “la maestrina”, se so che questo non sarebbe funzionale al dialogo).
Non so se ti è mai capitato di riflettere su queste sfumature di comunicazione: io l’ho sempre fatto in modo naturale ma, con il tempo e la mia evoluzione professionale, queste intuizioni si sono poi trasformate anche in strategie e strumenti intenzionali, che so mettere in campo consapevolmente e che utilizzo per allenare le mie clienti alla comunicazione assertiva.
Quando, ad esempio, a 24 anni ho iniziato a insegnare agli adolescenti delle scuole professionali (alcuni dei quali erano in realtà quasi miei coetanei di 21/22 anni!) non mancavo mai di memorizzare i nomi di tutte le persone presenti nel nuovo gruppo durante la prima ora di lezione con loro. Questo lasciava tutti a bocca aperta e mi apriva la strada per proseguire la relazione successiva con meno resistenze e partendo da un terreno di fiducia, in cui i ragazzi si sentissero visti come individui e non approcciati come numeri o cognomi su un registro.
Credo di aver appreso questa strategia alcuni anni prima, durante le mie prime letture di crescita personale, nel libro di Dale Carnegie “How to Win Friends and Influence People” del 1936 (che nella terribile traduzione italiana è diventato “Come trattare con gli altri e farseli amici”), e di aver poi deciso di renderlo parte della mia modalità di relazionarmi ai nuovi gruppi di lavoro.
Ancora oggi, quando mi trovo a fare formazione nelle aziende, ovvio alla difficoltà data dalla presenza di classi numerose (e alimentata dal fatto che la frequenza degli incontri è molto più dilazionata rispetto a quella garantita dalla routine scolastica) facendo scrivere il proprio nome su dello scotch di carta e chiedendo poi di applicarselo come etichetta sul petto, in modo che io possa interagire con ciascuna attivamente durante il training.
Lo faccio consapevole che il nostro nome ha un potere davvero straordinario dal punto di vista meta-comunicativo, e sarebbe davvero un peccato trascurare la possibilità di utilizzarlo per costruire relazioni win-win, non trovi?
“Il nome di una persona è, per lei, il suono più dolce e importante in qualsiasi lingua”.
– Dale Carnegie –
Quando un nome abbreviato riduce la tua autorevolezza in azienda
Come ogni strumento che è neutro in sé e può essere utilizzato con finalità positive o negative, anche il nome non sfugge a questa logica.
Entriamo ora nel contesto professionale e proviamo a riflettere sull’uso dei diminutivi in questo ambito.
C’è da fare anzitutto una premessa: si pongono certamente due situazioni diverse se sei una freelance e lavori con altre freelance nel settore creativo, comunicazione o comunque in ambiti con un basso livello di formalità in cui la collaborazione è “paritaria”, di tipo orizzontale.
Diversa è invece la situazione se lavori in azienda, dovendo quindi considerare un diverso grado di formalità (in base al settore, alla dimensione dell’azienda, alla cultura esplicita o implicita e alle gerarchie esistenti). Questo vale anche per quelle libere professioniste che si interfacciano con aziende ma anche privati o altre freelance per attività di consulenza medica, legale o similari, in cui un certo grado di formalità è implicito e richiesto.
Entriamo nel dettaglio del caso 2, che è quello di cui mi preme parlare perché, a mio avviso, comporta un grado di complessità maggiore. Mi auguro che, al termine della lettura di questo articolo, tu possa aver acquisito nuovi spunti per gestire al meglio queste dinamiche.
Chiamare una manager con un diminutivo è un problema. Cerchiamo di capire insieme il perchè.
Francesca è una professionista con una carriera di tutto rispetto. Lavora in un’organizzazione internazionale e ricopre un ruolo di grande responsabilità, quello di segretaria generale. Questo significa che coordina team, partecipa a incontri strategici e ha un peso nelle decisioni aziendali.
Eppure, nel suo ufficio, capita spesso che i colleghi e i sottoposti la chiamino “Fra”.
“Non è che io voglia essere fredda o distante” mi ha detto in una sessione, “ma quando siamo in una riunione con persone esterne e qualcuno mi chiama Fra, sento che la mia autorevolezza si sgretola un po’… È come se, in quel momento, agli occhi degli altri diventassi meno istituzionale, e non fossi allo stesso livello dei dirigenti uomini presenti. E la cosa buffa è che con loro non succede: nessuno chiama il Segretario dell’altra delegazione Ste invece di Stefano!”
Ecco che qui non si tratta di discutere se ci piaccia o meno usare un diminutivo. In una situazione in cui le formalità determinano gli equilibri di ruolo e di potere, utilizzare un diminutivo per una donna e non farlo per un uomo pari grado è un esempio da manuale di “asimmetria relazionale”.
Prova a farci caso: quante volte hai sentito un uomo in posizione di leadership chiamato con un diminutivo in un’occasione ufficiale? E quante altre, in quella stessa occasione, la donna presente è stata chiamata senza il suo titolo professionale, ma utilizzando solo il suo nome invece del cognome se non – addirittura – un nomignolo?
Questa dinamica è particolarmente pericolosa nei settori in cui le donne devono già lottare per essere riconosciute e rispettate al pari degli uomini. Un diminutivo può sembrare un dettaglio insignificante, ma se sommato ad altri piccoli segnali può contribuire a creare un’immagine di minore solidità e professionalità.
…E sappiamo che le donne non hanno certo bisogno di altri elementi per mettere in discussione la propria leadership, dato che lo fanno già fin troppo spesso, per via della sindrome dell’impostora!
La tendenza a usare diminutivi o nomignoli per le donne e non per gli uomini è strettamente collegata alla dinamica sociale per cui le donne vengono spesso infantilizzate nei contesti professionali e pubblici.

L’infantilizzazione delle donne: il bacio di Biden e altri gesti paternalisti
L’uso dei diminutivi non è solo una questione di confidenza o informalità. Spesso è il sintomo di una tendenza più ampia: l’infantilizzazione delle donne nei ruoli di potere.
Un esempio emblematico è stato il bacio sulla testa che Joe Biden ha dato a Giorgia Meloni nel marzo 2024, durante un incontro ufficiale. Un gesto che, se fatto tra amici o familiari, può sembrare affettuoso, ma che in un contesto istituzionale assume tutt’altro significato.
Prova a visualizzare lo stesso Biden dare un bacio sulla testa a un altro leader uomo: inimmaginabile, vero?…Perché?
Perché quel gesto non è neutro: è un atto che rimanda a una relazione di protezione paternalistica, che implicitamente colloca la donna in una posizione di subordinazione rispetto al suo interlocutore maschile.
E non è un caso isolato:
- Angela Merkel è stata spesso oggetto di “pacche sulla spalla” da parte di leader maschi;
- Christine Lagarde, a capo della BCE, è stata definita più volte “calorosa e materna”, mentre i suoi colleghi uomini erano “competenti e risoluti”;
- le atlete ricevono spesso più complimenti sull’aspetto fisico o sul loro atteggiamento dolce piuttosto che sulle loro performance.
Tutto questo contribuisce a costruire una narrazione in cui le donne, anche quando hanno ruoli di leadership, sono descritte per la loro come “fragilità”, “tenerezza” o come “cose da proteggere”.
L’asimmetria linguistica nei titoli professionali: perché lui è l’Ingegnere e lei è la Signorina
Un’altra cosa che accade spesso è che, in genere, i Marco restano Marco, i Francesco restano Francesco, o diventano anzi l’Ingegner Rossi o il Dottor Bianchi. Le donne, invece, diventano spesso Ely anziché Elena, Fra anziché Francesca, Vale anziché Valentina.
Quindi: titolo professionale + cognome per lui, nome (o diminutivo) per lei, anche quando si tratta di pari grado.
E questa non è una semplice differenza di stile, priva di significato, ma è un pattern culturale che ha radici profonde e una definizione ben precisa: si tratta di un esempio di “doppio standard”, un modo concreto in cui si manifesta il sessismo al lavoro.
Detta in soldoni: è come usare “due pesi e due misure”, due approcci diversi per due persone che dovrebbero avere in quel contesto lo stesso valore, e che invece vengono differenziate unicamente per una questione di genere, penalizzando dal punto di vista dell’autorevolezza percepita, la donna.
Un altro elemento che contribuisce alla disparità nella percezione dell’autorevolezza è l’uso dei titoli professionali.
Ecco un esempio classico: il tecnico dell’ufficio R&D viene chiamato “Ing. Rossi” dal referente dell’azienda cliente, sebbene non abbia un titolo di laurea effettivo, il titolo Ing. viene comunque usato come forma di rispetto. La sua capa ufficio, laureata in ingegneria, viene chiamata semplicemente “Anna” o, peggio ancora, “Signorina Anna”e al telefono viene sistematicamente snobbata, in quanto il referente le chiede di parlare con l’Ing.Rossi.
Il quale, nella maggior parte dei casi, deve poi riferirsi a lei per avere conferma delle informazioni condivise con il cliente.
Assurdo vero? Ma in realtà ancora così frequente!
Nelle aziende e nel mondo delle professioni, il fenomeno è evidente: sono tantissimi gli esempi di doppio standard che le professioniste e manager mi raccontano in privato o durante i corsi di formazione dedicati alla Parità di genere nelle aziende.
Ciò accade talvolta in modo consapevole e deliberato, ma a volte anche in modo involontario: siamo tutti preda dei nostri bias inconsci, e la tendenza a considerare una manager più “accessibile” e “sensibile” rispetto ai colleghi uomini, proprio in quanto donna, è un errore che commettono in molti, a prescindere dal loro genere.
Da qui all’uso del diminutivo anche in momenti non opportuni il passo è semplice: Mary suona più dolce di Mariagrazia.
Proprio ieri, una conoscente che mi raccontava l’insensibilità della sua capa nei confronti dell’annuncio della sua maternità, mi ha detto: “E sì che è una donna: dovrebbe essere più sensibile a queste cose!” (chi lo ha detto?) e poi: “Si vede proprio che non ha figli, perchè altrimenti non sarebbe così fredda!” (di nuovo: e dove sta scritto?!).
Oltre al doppio standard nei titoli e all’uso dei nomignoli, ci sono altre abitudini linguistiche grazie alle quali gli uomini appaiono “grandi” e le donne restano “piccole”. La lingua italiana ha, ad esempio, una peculiarità che rafforza la disparità tra uomini e donne, ovvero l’uso dell’articolo davanti ai cognomi femminili (diffuso soprattutto in alcune regioni del nord del paese).
Questo uso gergale però è passato anche nel linguaggio mediatico e giornalistico: avrai certamente notato che nei talk show e ai TG, si sente ad esempio “LA Meloni”, mentre il suo omologo maschile è semplicemente “Draghi”.
L’articolo anteposto al cognome femminile crea una differenza semantica tanto sottile quanto potente:
- l’uomo è un individuo con un’identità autonoma e definita (Draghi, Macron, Salvini);
- la donna, invece, viene trattata come una variante della categoria “essere umano”, come se la sua individualità fosse meno solida (La Meloni, La Schlein).
Questo fenomeno non è nuovo: avviene da sempre anche nel mondo accademico e professionale…Del resto, non dimentichiamoci che siamo nate dalla costola di Adamo!!!
3MesiXSvoltare
Ha già aiutato decine di donne a realizzare le proprie ambizioni. Se vuoi scoprire come, clicca il pulsante per saperne di più!
La donna a caso: quando un nome non serve
Se da un lato c’è chi accorcia il nostro nome, dall’altro c’è chi, semplicemente, non lo usa.
Hai mai notato che, ogni volta che i media condividono notizie su traguardi importanti, molti titoli di giornale riportano cose tipo:
“Una donna alla guida di…”
“Per la prima volta, una donna è stata nominata…”
Ma chi è questa donna? Perché non viene chiamata per nome e cognome, come accadrebbe con un uomo?
La pagina Instagram “La donna a caso” ironizza proprio su questo fenomeno. È come se l’identità specifica di quella donna fosse irrilevante: il punto è solo che quella persona è “una donna”, pertanto fa notizia di per sé, dal momento che le donne sono ancora spesso marginali in tantissime professioni e contesti che storicamente hanno negato loro l’accesso.
(Nota che mettendo la questione in una prospettiva intersezionale, ovvero se al posto di “una donna” mettiamo “una persona trans” o “un omosessuale” “una persona di colore” il ragionamento 9 volte su 10 sta in piedi ugualmente).
Al contrario, quando si parla di uomini (intendendo come tali solo gli uomini bianchi etero-cis di ceto medio o medio-alto), raramente si usa questa formula. Non leggiamo mai:
“Un uomo è stato nominato CEO di Apple.”
“Un uomo ha vinto il Nobel per la Fisica.”
Perché gli Uomini che tutti identificano come tali non sono “uomini a caso”, ma individui, ciascuno con la sua identità e il suo merito riconosciuto. Le donne, invece, vengono spesso raccontate come un’eccezione alla norma, un’anomalia da sottolineare con sdolcinato paternalismo.

Un’adozione difficile: i femminili singolari nei titoli professionali
“Ingegnèra proprio no! Ma per carità!” – quante volte abbiamo sentito questa frase?
Ancora oggi, nel 2025, l’uso dei femminili professionali scatena discussioni infinite, spesso intrise di sarcasmo o di una resistenza viscerale al cambiamento, anche da parte delle donne stesse. Ma se riconosciamo un “ingegnere”, un “avvocato” o un “direttore”, perché il loro corrispettivo femminile suona ancora così innaturale alle orecchie di molti?
Perché molti rifiutano i femminili nei titoli professionali?
Qui è importante sgombrare il campo da un equivoco: scegliere di farsi chiamare “ingegnere” non significa automaticamente non essere femminista, così come farsi chiamare “ingegnera” non è garanzia di essere una donna solidale con le altre o attenta ai diritti di genere. Non è questione di “etichette ideologiche”, ma di consapevolezza linguistica e di posizionamento identitario.
I femminili professionali – ingegnera, avvocata, ministra, assessora – sono strumenti linguistici che danno visibilità al genere femminile in ruoli in cui, storicamente, le donne non hanno mai avuto spazio. Non a caso, la resistenza al loro uso nasce dal fatto che per secoli quelle professioni siano state occupate solo da uomini. Non usare “ingegnera” significa, in fondo, continuare a comunicare che la norma è maschile, e che la presenza delle donne è un’eccezione.
Eppure, nelle mie conversazioni con donne brillanti, manager e dirigenti, noto spesso un fenomeno curioso: molte prendono le distanze non solo dai femminili, ma anche dal termine “femminista”. Come se femminismo fosse sinonimo di estremismo, di “donna arrabbiata che urla in piazza coi peli sotto le ascelle, che odia i bambini e gli uomini e che passa il tempo a litigare con le donne ricche”.
Questi stereotipi sono così radicati anche tra le donne che, molte di loro, specialmente se in posizioni di leadership nelle aziende, mettono le mani avanti, come a difendersi da eventuali critiche: “Io non sono femminista, però…”.
Il problema è che così facendo rischiamo di cadere in una trappola perfettamente tesa: se ogni volta che una professionista prova a smascherare un bias linguistico o un gesto paternalista viene etichettata come “femminista arrabbiata”, è chiaro che molte preferiscano fare un passo indietro, anziché rivendicare il senso autentico del femminismo.
In realtà, adottare (o rifiutare) i femminili professionali non è una scelta di appartenenza a una “fazione”, ma una presa di coscienza: decidere come vogliamo che la nostra identità professionale venga rappresentata e percepita. Non si tratta di obbligare tutte a usare la stessa forma, ma di capire che ogni parola che scegliamo – o che accettiamo che gli altri usino per definirci – contribuisce a rafforzare o a indebolire la nostra autorevolezza.
Del resto, uno studio condotto dall’IRVAPP della Fondazione Bruno Kessler, in collaborazione con il Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Rovereto (Provincia di Trento), ha evidenziato che l’uso del femminile “avvocata” – a parità di esperienza e ruolo – determina una percezione professionalmente più debole. In pratica, la scelta del termine “avvocata” al posto di “avvocato” nel CV può impattare direttamente sul valore economico attribuito a quella professionista, con una penalizzazione corrispondente a circa 10 anni di esperienza a parità di titoli, che risulta ancora più marcata per le professioniste giovani.

Equilibrare le preferenze personali con la percezione esterna
Giunte al termine di questa lunga dissertazione sull’uso di nomi, titoli, diminutivi e nomignoli, potresti ancora dirmi (come qualcuna nei commenti sul mio post): “Ma io non ho problemi se mi chiamano con un diminutivo! Mi fa sentire più vicina ai miei colleghi.”
Ed è assolutamente legittimo: ogni persona ha diritto di farsi chiamare come ritiene opportuno. Del resto credo che, dalla prospettiva di empowerment da cui stiamo ragionando, sia fondamentale essere sempre consapevoli delle conseguenze pragmatiche delle nostre scelte e preferenze.
Perché in comunicazione non conta solo ciò che pensiamo o diciamo noi, ma anche come ci recepiscono gli altri.
Se il tuo team ti rispetta e riconosce il tuo ruolo, probabilmente un diminutivo tra di voi non cambierà nulla. Ma cosa succede quando una persona del team, per via dell’eccessiva confidenza comincia a “dettare le regole” delle dinamiche del gruppo che invece dovresti condurre tu? A quel punto potresti pentirti di essere sempre “La Francy” e desiderare che comincino a riconoscerti come Francesca Bianchi.
E cosa accade se qualcuno di esterno – un nuovo cliente, un dirigente, un partner strategico – entra in contatto con il tuo ambiente di lavoro e sente che i tuoi colleghi ti chiamano “Fra” anziché Francesca?
Quell’interlocutore riceverà un messaggio implicito dato dal contesto, che sta trasmettendo un’immagine informale di te. Se questo per qualcuno può essere un indice positivo della tua capacità di creare un contesto sereno di lavoro, per altri personaggi con intenti meno trasparenti, può diventare un varco aperto da cui poter minare la tua autorevolezza. E se il tuo ruolo richiede di essere riconosciuta come una guida, una leader, una figura di riferimento, questo può avere un impatto.
Un titolo, un nome intero, un cognome senza articolo non sono solo parole: sono segnali di status. E se gli uomini li usano sempre, mentre le donne devono “meritarseli” o addirittura lottare per farsi chiamare con il proprio titolo, significa che c’è un problema di riconoscimento.
Ma quindi non si può più dire niente? Neanche questo? Dobbiamo vietare i diminutivi al lavoro?
No, ma usiamoli con consapevolezza.
Non si tratta di bandire i diminutivi o di irrigidire inutilmente le situazioni, ma di scegliere consapevolmente come vogliamo essere chiamate e quindi percepite.
Ecco che, se le mie clienti dei percorsi di empowerment mi chiamano “Cri”, quando il titolare di un’azienda con cui collaboravo qualche anno fa mi diceva “Brava, Cri”, non lasciavo cadere la questione e rispondevo re-incorniciando il suo apprezzamento paternalista in una prospettiva professionale: “Sono felice che il mio supporto professionale si stia rivelando utile per il gruppo”, per evitare che pensasse di avere a che fare con una sorellina minore in ansia da prestazione sulla tesina della maturità, piuttosto che con una consulente aziendale.
Se il contesto è informale e il rapporto è consolidato, un diminutivo può essere un segno di vicinanza. Ma se il contesto è pubblico, istituzionale o professionale, mantenere il nome e il titolo per esteso è un modo per tutelare la propria autorevolezza.
Quando ad esempio io mando le mail di riepilogo post sessione alle mie clienti, non uso mai il diminutivo, né per firmarmi, né per rivolgermi a loro, e applico questa accortezza anche quando a essere clienti sono delle amiche o delle persone ormai diventate partner professionali, con cui si è sviluppato un certo livello di confidenza:
Ciao Roberta, (e NON Roby)
eccomi come consueto con il riepilogo della nostra sessione….
…
A presto,
Cristina (e NON Cri)
Per tornare da me a te, ciò che posso suggerirti è anzitutto di osservare come vengono chiamate le persone nella tua azienda o nel tuo contesto di lavoro. Nota se c’è una differenza nella formalità in base al genere o ad altre dinamiche che non ritieni corrette; se sì, fallo presente.
Quando le persone si rivolgono a te abituati a chiederti: questo modo di appellarmi è adeguato al contesto? Mi porta il rispetto che merito? Riflette la leadership che voglio esprimere? Se la risposta è no, allora hai tutto il diritto di ridefinire i confini.
Se ti stai chiedendo come dire che non vuoi essere chiamata con un diminutivo senza sembrare scortese, ecco la strategia da usare: quando senti che un diminutivo ti mette a disagio, correggi il tuo interlocutore in modo gentile, ma fermo: “Preferisco essere chiamata Francesca, grazie.”
…Non immagini nemmeno quanto, cose in apparenza piccole come queste, possano aiutarti a riposizionare la relazione in modo più equilibrato e difendere la tua autorevolezza! Quando suggerisco questi accorgimenti comunicativi alle clienti che seguo nei percorsi di rinforzo della leadership ne sono ogni volta meravigliate!
Perciò ricorda: le parole che usi e che permetti agli altri di usare con te hanno un peso: iniziare a prestare attenzione a questi aspetti è il primo passo per raggiungere un nuovo livello di sicurezza in te stessa, e quindi, maggiori possibilità di impattare con le tue idee e progetti, per sentirti realizzata come desideri.

È il momento di darti il permesso di desiderare di più, e di riuscire ad ottenerlo!
Compila il form di selezione che trovi al pulsante qui sotto, per fissare la tua chiamata orientativa gratuita di 30 minuti e candidarti a 3MxS!
VOGLIO CANDIDARMI ALLA CALL!NOTA FINALE: chiunque abbia rinvenuto in questo o altri articoli imprecisioni o informazioni scorrette è pregato/a di segnalarcelo a info@cristinapedretti.com. Ci mettiamo in discussione per prime ed ogni spunto di miglioramento per il team ed il progetto è bene accolto.